Per quale ragione il movimento è una delle pillole più efficaci

Per quale ragione il movimento è una delle pillole più efficaci

Anche se i medici la prescrivono ancora troppo poco, l’attività fisica è una medicina tra le più efficaci: così afferma il medico sportivo Arno Schmidt-Trucksäss. Ma il cambio di rotta potrebbe arrivare dalle terapie dello sport, su misura per ogni singola persona.

Signor Schmidt-Trucksäss, lei come si mantiene in forma?

Cerco di integrare l’attività fisica nella vita quotidiana e uso tutti i giorni la bici. Tornando a casa dal lavoro percorro circa 100 metri di dislivello, con ovvi benefici sulla forma fisica. Inoltre, il fine settimana faccio jogging e gioco a tennis, di solito con mio figlio.

Dr. Arno Schmidt-Trucksäss, dirige il settore medicina sportiva e motoria dell’Università di Basilea
Arno Schmidt Trucksäss, 59 anni, è responsabile del settore di medicina dello sport e della motricità al Dipartimento per lo sport, il movimento e la salute dell’Università di Basilea e primario dell’Ambulatorio di medicina sportiva. Tra le varie cose ha assistito la squadra nazionale di nuoto tedesca alle Olimpiadi di Atene e Pechino.
La sua tabella di marcia probabilmente è superiore a quella della media svizzera.

Non è detto, visto che la Svizzera è fra i Paesi europei in cui le persone si muovono di più. Secondo una recente indagine, il 76% della popolazione svizzera pratica attività fisica a sufficienza, ossia 150 minuti alla settimana a intensità media e 75 minuti ad alta intensità. C’è però da sottolineare che i risultati si basano su questionari nei quali gli intervistati di solito tendono a sopravvalutarsi. I sensori del movimento sarebbero stati senz’altro più attendibili ai fini della rilevazione.

Ormai lo sanno tutti, l’attività fisica fa bene. Dunque, chi non si muove o lo fa troppo poco è destinato ad ammalarsi?

Anche se non ci si ammala necessariamente, ci si priva comunque di un potenziale incentivo alla salute. Chi poltrisce arrugginisce, si è soliti dire, ed è proprio vero: muovendosi poco anche le funzioni organiche che proteggono da malattie croniche e abbassano la mortalità sono ridotte.

Meno malati, meno decessi: l'attività fisica riduce fino al 40% il tasso di morbosità e di mortalità complessivi.
Il movimento cosa provoca concretamente nel corpo?

I meccanismi di azione sono diversi e molti non ancora studiati. Sappiamo tuttavia che l’attività fisica aumenta il fabbisogno di ossigeno nei muscoli. I vasi rilasciano più monossido di azoto, un importante neurotrasmettitore che combatte le infiammazioni e salvaguarda le cellule, agendo in via preventiva contro l’arteriosclerosi, il diabete o i tumori. 

Tra gli ambiti di ricerca di sua competenza, lei studia l’attività fisica come «farmaco» contro le malattie. Cosa l’affascina in particolare?

Trovo assolutamente affascinante che non conosciamo nessun altro farmaco tanto efficace quanto l’attività fisica. Anche la futura «polipillola», la combinazione di diversi farmaci in un’unica compressa, è lontana dal raggiungere gli stessi effetti positivi. Comprenderne le cause per dedurre l’attività fisica più adatta alla specifica malattia è il grande ambito di interesse del nostro lavoro.

Esistono delle raccomandazioni utili per determinate patologie?

Sappiamo ad esempio che la combinazione di allenamento di resistenza e di forza è efficace per i pazienti con diabete di tipo 2. Si è visto che le cellule muscolari tornano a essere più sensibili all’insulina, che quindi può svolgere meglio la sua funzione di regolatore glicemico. In ogni modo, con un allenamento mirato otteniamo gli stessi benefici anche indipendentemente dall’insulina. 

Specialmente per i pazienti ipertesi il movimento regolare è importante: esso può ridurre la pressione arteriosa risultando altrettanto efficace di un medicamento contro la pressione alta.
In base a queste conoscenze si curano già dei pazienti?

Sì, anche se non si sfruttano ancora a pieno tutte le opportunità. Tuttavia, qualche passo in avanti oggi l’abbiamo fatto. Nel caso di alcune forme tumorali durante la chemioterapia l’allenamento di resistenza moderato è sempre più utilizzato. La terapia risulta essere più efficace e più facile da sopportare. Anche ai pazienti reduci da un infarto cardiaco i medici non prescrivono più di stare a letto e riguardarsi. Ormai l’allenamento di resistenza terapeutico viene attuato sempre più velocemente, nonostante il divario tra fase acuta e riabilitazione sia ancora troppo ampio.

A cosa è dovuto?

Sono pochi i medici a vantare conoscenze nel campo della medicina sportiva, una materia non ancora obbligatoria nelle facoltà – cosa che noi intendiamo cambiare all’Università di Basilea. In più, negli studi medici e nelle cliniche scarseggia la collaborazione con i fisioterapisti e i terapisti motori, mentre sarebbe opportuno coordinare le forze per poter indicare all’utenza gli specialisti adatti. Non basta dire al paziente di guardare nell’elenco telefonico o su internet.

«Dovrebbe muoversi di più» – è un consiglio che i medici rivolgono a molti pazienti.  Quanto efficaci sono queste raccomandazioni?

Non sono mai abbastanza efficaci, e lasciano aperte delle questioni importanti. Ad esempio, se con l’ipertensione arteriosa si possa o meno praticare un allenamento di forza senza che i valori aumentino ancora di più. Sarebbe utile discutere e classificare tali incertezze. Del resto, anche i consigli più generali quali «ogni passo è importante» secondo me non sono mai del tutto esaustivi. 

Perché?

In linea di principio sarebbero anche giusti, ma rispetto alla singola persona non sono abbastanza concreti. Un medico diabetologo non direbbe mai a un suo paziente: «ogni unità di insulina è importante», poiché prima si devono stabilire dosaggio, frequenza e durata. È un elemento importante da considerare se vogliamo prescrivere l’attività fisica come medicinale e in tal modo sfruttare a pieno la sua efficacia.

Chi si muove regolarmente fa anche del bene al suo cuore: lo sport riduce fino al 40% il tasso di mortalità in caso di cardiopatie coronariche come l’infarto del miocardio.
In concreto, cosa consiglierebbe a un paziente con ipertensione arteriosa?

Alla base vi è sempre un check-up della salute, in particolare quando si soffre già di una determinata patologia. Poi avviamo un programma individuale che può prevedere dieci minuti di allenamento di resistenza sul cicloergometro per iniziare e prepararsi mentalmente, trovare la giusta motivazione e adattare l’apparato motorio. In seguito, nella vita di tutti i giorni è possibile aumentare, variare e dosare l’intensità per fissare degli stimoli sempre nuovi che incitino il paziente ad allenarsi. 

Per essere incitato, il paziente ha sempre bisogno di un coach?

Può essere utile farsi seguire da un esperto motorio, ad esempio da uno scienziato dello sport simile alle figure professionali che formiamo nel nostro dipartimento. L’esperto può valutare cosa è utile e cosa può dare sollievo al singolo paziente. Attenzione però a non sovraccaricare il corpo, il paziente potrebbe avvertire dolore alle ginocchia e perciò interrompere – se non addirittura abbandonare – l’allenamento. Infatti, vogliamo motivare anche ad allenarsi con costanza a lungo termine.

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